Gli Angioini

1268 Il governo di Carlo d'Angiò nell'Italia meridionale - Il francese Carlo d'Angiò, assicuratosi con la morte di Corradino (1268) il possesso del Regno di Napoli e Sicilia, inaugurò un governo duro, intransigente, rapace. La tradizione svevo-normanna, che aveva fatto di Palermo il centro politico e culturale del regno, fu spezzata col trasporto della capitale a Napoli, onde l'isola decadde per sempre dal suo antico splendore, allentando i vincoli che la legavano politicamente al continente. I fedeli alla vecchia dinastia furono perseguitati e spogliati dei loro feudi; i Francesi presero i migliori possessi, invasero gli uffici pubblici, angariarono di tasse i vinti, mettendo a dura prova i buoni istituti, fondati dalla savia amministrazione di Federico II. Nel suo governo Carlo, benché capo riconosciuto del partito guelfo in Italia, ebbe sulla Chiesa e sui Comuni le stesse aspirazioni di dominio degli Svevi. Profittando della vacanza dell'Impero, egli si era fatto dare dal papa il titolo di vicario imperiale. Col pretesto di difendere i Guelfi, aveva assunto la signoria onoraria di parecchi Comuni dell'Italia settentrionale e centrale, e anche di Firenze, ridivenuta guelfa. Nelle faccende di Roma interveniva come padrone, essendosi fatto nominare senatore della città. Non bastandogli l'Italia, Carlo volse lo sguardo all'Ungheria imparentandosi con quella Casa regnante per ereditarne i diritti; poi si diede a sostenere in Oriente l'imperatore Baldovino II, spodestato da Michele Paleologo, nella speranza di ricostruire un giorno a suo vantaggio, l'Impero Latino. Desideroso di riprendere la politica dei Normanni contro gli Arabi d'Africa, indusse il fratello Luigi IX, re di Francia, a dirigere una Crociata contro Tunisi: fu un disastro, perché il re vi lasciò la vita dopo lunga malattia (1270); Carlo però trasse dalla Crociata il vantaggio di grosse indennità e di un  tributo annuo.

 

1282 la « guerra del Vespro » e la scissione del regno meridionale  L'invadente operosità di Carlo finì per destare la gelosia dei papi; onde cominciò a pericolare quel buon accordo fra Roma e Napoli, che era stato la causa prima della fortuna rapidissima dell'Angioino. Ma ben più grave era il malcontento tra i baroni, soprattutto in Sicilia, dove, per l'abbandono di Palermo e per le rivalità con Napoli, era odiata la signoria francese. Un lieve caso bastò a dimostrare quanto fosse precaria laggiù l'autorità di Carlo. Il 31 marzo 1282 a Palermo, mentre il popolo assisteva alle funzioni pomeridiane della seconda festa di Pasqua nella chiesa dello Spirito Santo, l'atto irriverente di un soldato francese contro una donna siciliana provocò una rissa, la quale dilagò ben presto in una vera caccia ai Francesi: la folla esasperata li massacrò ferocemente a centinaia non solo a Palermo, ma per tutta l'isola. Questa sommossa, detta dei Vespri Siciliani, suscitò subito una guerra, perché i sollevati, sapendo di non poter reggere di fronte alle forze di Carlo, dopo avere invano invocato la protezione del papa, chiesero aiuto a re Pietro III d'Aragona, offrendogli la corona di Sicilia, alla quale egli vantava diritti per il suo matrimonio con Costanza, figlia di Manfredi. Stava alla corte del re aragonese Giovanni da Procida, nobile salernitano, che per aver favorito Corradino, era caduto in disgrazia di Carlo e aveva dovuto fuggire dal regno. Uomo dottissimo e saggio, esortò Pietro III ad accettare l'offerta dei Siciliani, cosicché nel settembre dello stesso anno l'Aragonese entrò in Palermo, dove assunse il titolo di re di Sicilia. Insieme coi sollevati si pose anche un altro fuoruscito, il calabrese Ruggero di Lauria, che divenne il più grande ammiraglio del suo tempo; per merito suo la guerra prese una piega assai favorevole agli Aragonesi. Battuta nelle acque di Malta la flotta angioina, Ruggero la sconfisse per una seconda volta nel Golfo di Napoli. riuscendo a far prigioniero lo stesso figlio del re, Carlo, detto lo Zoppo (1284). Le cose intanto si complicavano: nel 1285, l'anno stesso in cui Carlo d'Angiò spirava a Foggia, moriva Pietro III, lasciando al primogenito Alfonso III l'Aragona e al secondogenito Giacomo la Sicilia. Morto dopo qualche mese anche Alfonso, Giacomo rimase padrone dell'uno e dell'altro possesso, e inviò in Sicilia come suo rappresentante il fratello Federico. Ma avendo papa Bonifacio VIII ottenuto da Giacomo la promessa di cessione dell'isola in compenso dell'investitura della Sardegna e della Corsica, i Siciliani, sdegnati di questo mercato, elessero re Federico (1296). Contro il nuovo sovrano e i Siciliani ribelli mossero guerra gli Aragonesi, questa volta alleati con gli Angioini e con Bonifacio VIII. Carlo di Valois, fratello del re di Francia, d'accordo col papa invase l'isola, senza però ottenere successi definitivi; onde nel 1302 Si giunse alla pace di Caltabellotta, in cui si decise che la Sicilia sarebbe rimasta a Federico (il quale prese allora il titolo di re di Trinacria), ma alla morte di lui sarebbe nuovamente tornata agli Angioini; ciò che di fatto non avvenne mai.

Decadenza politica ed economica dell'Italia meridionale  L'antico e florido regno normanno, diviso così in due parti e impoverito da guerre fratricide, decadde rapidamente dal suo antico splendore; la Sicilia, costretta dapprima a vivere a sé, avulsa dal restante dell' Italia meridionale, e più tardi ridotta a una provincia aragonese, priva della sua brillante corte di Palermo e dimentica ormai della molteplice civiltà portatavi dai Greci, dagli Arabi e dai Normanni, discese a poco a poco al di sotto del livello degli altri Stati italiani, e non esercitò più l'influenza civile e culturale dei tempi di Ruggero II o dello svevo Federico. A sostituirla non valse il nuovo Regno di Napoli, il quale non riuscì mai a prendere fra gli Stati d'Italia quella supremazia, che, per l'ampiezza del suo territorio e l'abbondanza della popolazione, avrebbe meritata. Diverse furono le cause di questa decadenza politica e civile dell'Italia meridionale. La prima e più grave di tutte fu la continua contesa dinastica, che per duecento anni travagliò tanto Napoli quanto la Sicilia. Le lotte tra Angioini e Aragonesi di Spagna e di Sicilia, poi tra Angioini-Durazzeschi di Napoli e Angioini d'Ungheria e di Francia, mantennero il regno in perenne disordine, impoverendo le campagne, stremando le popolazioni, abbassando il livello morale di tutta la società, spettatrice di delitti e di nefandezze. Tuttavia a sì grandi mali non si sarebbe giunti, se quelle terre infelici non fossero state dominate dal più egoistico baronaggio che ricordi la storia. Impiantatosi assai tardi con la conquista normanna, il sistema feudale si sviluppò rigogliosamente in tutto il regno e in Sicilia, tanto sotto gli Svevi quanto al tempo degli Angioini, dando vita ad una casta nobile, in parte anche di origine tedesca o francese, la quale occupò enormi estensioni di terreno, e, arricchitasi, cercò con tutti i mezzi di rendersi indipendente dal sovrano, mantenendo il regno in uno stato di quasi continua anarchia. La grande potenza della classe feudale impedì che si affermasse nel Mezzogiorno quella borghesia cittadina, che in Lombardia e in Toscana aveva preso la direzione della cosa pubblica. Col perdurare dell'ordinamento feudale si aggravarono presto anche le condizioni economiche del regno. La servitù della gleba, le corvées, i balzelli gravarono le popolazioni campagnole, impoverendole fino all'esasperazione; i soprusi e le violenze dei feudatari provocarono la fuga dei contadini verso i centri abitati; la scarsa sicurezza fece disertare i campi, che, abbandonati dai coltivatori, si trasformarono in terre da pascolo, prive di case, infestate dalla malaria e più tardi dal brigantaggio. La nobiltà impoverita per la diminuzione dei redditi agricoli, non poté più retribuire la mano d'opera necessaria alla coltivazione, e così il problema del latifondo, incolto e malarico, si levò fino a minaccia di tutta la vita economica del Mezzogiorno.